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La corsa dei Ceri

di Enrico Andreozzi

Quando si dice che gli eugubini sono tutti matti ci si riferisce solo ed esclusivamente alla Corsa dei Ceri: un'esplosione di follia collettiva per una festa incredibile che non ha rivali.

Conosciuta in tutto il mondo, la sua formula, al contempo raffinata e popolare, resiste praticamente invariata a secoli di storia. Provare per credere: l'appuntamento è a Gubbio, in Umbria, ogni 15 di maggio.

Fede per sant'Ubaldo, passione per i Ceri, istinti ancestrali: ogni cosa si mescola in un prepotente rito primaverile sfolgorante di popolo, connotato da una vivace confusione di colori e cadenzato da un frenetico alternarsi di suoni,canti, grida, schiamazzi ed ogni sorta di rumori.

Una magia che si ripete ogni anno nel giorno di vigila del Santo: amatissimo e veneratissimo - I superlativi sono d'obbligo - Patrono di quella intatta perla medioevale che ha nome Gubbio, la cui nascita si perde nella notte dei tempi. Basti pensare alle bronzee tavole eugubine, antico documento che testimonia la vetustà dell'insediamento nei territori delle genti italiche (umbre, sabhâ), ombelico d'italia, tramandandoci il loro attaccamento al sacro che ancora perdura sebbene nelle rinnovate forme del cristianesimo e, soprattutto, del francescanesimo che esalta l'immanenza di Dio nella natura e in ogni meraviglia del creato.

Pioggia a dirotto o sole cocente, niente e nessuno può impedire (neppure le guerre lo poterono) che i ceri, dalla Piazza Grande, cuore della municipalità eugubina, risalgano freneticamente il monte Ingino, dopo aver attraversato tutta la città, per essere ricondotti nell'antica basilica di S. Ubaldo che li custodirà per tutto l'anno.

Sì, perché è soltanto la prima domenica di maggio che i Ceri vengono portati dentro le mura urbiche per la corsa, e più precisamente nell'arengo (la grande sala delle adunanze nell'età dei Comuni e delle Signorie) del Palazzo dei Consoli, in una gioiosa processione ammantata di fiori e di bambini a cavalcioni sui Ceri in posizione orizzontale, futuri ceraioli. Nei periodi di guerra, come si accennava, il rito si svolse lo stesso. In penuria di uomini che erano a combattere, furono le donne a portarli e la salita devozionale, seppure con grande mestizia, non mancò d'essere, anche in quegli anni oscuri, celebrata.

I motivi che rendono imperituro l'attaccamento ai ceri sono diversi e, a ben guardare, mostrano varie sfaccettature, ma la 'passione' li sublima tutti, "I ceri, enno i ceri!" dicono a Gubbio e ogni altra considerazione è superflua - almeno per loro. Ricordo la disperazione di una donna anziana, circa vent'anni fa, in piazza della Signoria, mentre si spargeva la notizia, venendo velocemente giù dal monte, di una caduta del cero di Sant'Ubaldo presso il 'buchetto', uno stretto viottolo sterrato in ripida salita lungo un tratto di mura, e l'esultanza della stessa quando pervenne la smentita: in realtà, si era trattato solo di una 'penduta' (una breve quanto evidente inclinazione del Cero) che aveva procurato, in un rapido contatto coi rami di un albero, lo strappo della veste dell'effigie del venerato Santo.

Insomma, pur trattandosi di una grande festa popolare, i ceri sono 'cosa seria' e investono completamente tutta la città nei vari aspetti di carattere sia religioso che socioculturale e persino economico, come tutto ciò che rimane legato a un'antica tradizione ben radicata.

Non diciamo Siena, perché diremmo di cosa profondamente diversa: il Palio, ma pensiamo che Gubbio ugualmente, pur conservando integre le sue specificità di festa religiosa, abbia nel suo rito la stessa forza e lo stesso appassionato attaccamento.
Non a caso, con la raggiunta autonomia regionale, i Ceri, furono scelti come emblema per rappresentare l'Umbria in quanto entità istituzionale.


Vince chi fa meno errori

Per ciò che concerne i meccanismi che regolano la corsa, c'è da dire che non si tratta di una gara, benché, alla fine, c'è anche chi ne esce vincitore e, altresì, chi fatalmente ne esce perdente.

Ma non dipende da chi arriva per primo, perché l'ordine in cui sfilano i ceri è e deve essere categoricamente sempre lo stesso: per primo sfila, chiaramente, Sant'Ubaldo, poi San Giorgio e infine Sant'Antonio. Semmai dipende dalle già ricordate pendute, dalle eventuali cadute (tocchiamo ferro, perché comunque non se le auspica nessuno) e, soprattutto, dallo strepitoso finale.

Per chiarezza va detto che, nell'ultima fase, da Porta Sant'Ubaldo al santuario, su un percorso sterrato sinuoso che s'inerpica sul monte passando in mezzo al bosco, la corsa, strano a dirsi, si fa più fluida.

La durata: dagli otto ai nove minuti in tutto. E forse, proprio questa fluidità rende possibile un maggior distacco tra un cero e l'altro. Quindi, il più delle volte, capita che quello di S. Giorgio marchi un leggero ritardo sul Cero di S. Ubaldo, quel tanto che permette ai ceraioli di quest'ultimo, appena entrati nel chiostro, di rinchiudersi dentro, sbarrando la porta alle loro spalle. Così che i 'santubaldari' hanno tutto il tempo per farsi qualche 'birata' (giro) intorno al pozzo, smontare il cero dalla 'barella', sistemarlo e, infine, con tutto comodo, riaprire.

In quel lasso di tempo, pochi ma terribili minuti, i 'sangiorgiari', ancora con il loro cero sulle spalle - pensate che ogni 'macchina' pesa poco meno di trecento chili -, devono ricusare le spinte e lo sfottò dei 'santantoniani' che incalzano di dietro. Una posizione poco invidiabile davvero.

A queste condizioni è naturale che, quando l'ultima muta della pugnace congregazione dei merciai riesce a non far chiudere il portone, vuoi perché infila la punta del cero tra i battenti o, meglio, riesce ad entrare con tutto il cero, i baldi ceraioli di S. Giorgio si sentano, in qualche modo, vincitori. E che 'casino' montano quando succede!

Comunque sia, rimane il fatto che non è una gara: è molto di più. E' parte fondamentale di una festa che, allo stesso tempo, celebra il santo protettore e il maggio (ver sacrum) con tutti i suoi arcaici retaggi, cioè, per dirla in breve, l'esplosione della primavera. Una festa a cui ci si prepara per un intero anno. Anche perché dopo quella del 15 di maggio, senz'altro la più importante, la corsa si ripete, colla stessa passione e ritualità, altrettanto emozionante, altre due volte, a distanza di poco e nello stesso mese: coi Ceri mezzani e quelli piccoli, la differenza, oltre al peso e alla grandezza, la fanno i limiti di età per i partecipanti. Tutto ciò serve a mantenere vivo l'interesse, meglio l'amore sconfinato per i Ceri tra le nuove leve.


I Santi e le divise

Il primo Cero reca in cima l'immagine di sant'Ubaldo, i ceraioli che lo portano indossano la camicia gialla; il secondo quella di san Giorgio a cavallo, la camicia dei ceraioli è azzurra; l'ultimo, il più pesante anche se di poco, quella di sant'Antonio abate, la camicia dei ceraioli è nera.
Tranne che per le differenziazioni citate, il resto della divisa è uguale per tutti: pantaloni e scarpe sportive di colore bianco, di un bel rosso vivo il copricapo (per chi lo porta), la fusciacca (una fascia che stringe i fianchi) e il fazzoletto che si porta, piegato a mo' di triangolo, sulle spalle con due dei tre pizzi legati tra di loro da un semplice nodo poggiante sul petto, nodo dove, così vuole la tradizione, le giovani eugubine inseriscono un mazzolino di fiori di campo, donandolo all'ardito ceraiolo in segno di amore e di fortuna.


La composizione della 'muta'

La 'muta' è formata da quattro 'punte' e altrettanti 'ceppi', a seconda della posizione che i ceraioli assumono sotto le 'stanghe' della barella.

Costoro vengono affiancati, per essere sostenuti nello sforzo, secondo un sapiente gioco di equilibri, dai cosiddetti 'braccieri'. Ceppi e punte vengono continuamente e rapidamente cambiati da altrettante mute di ceraioli freschi, tutto ciò mentre il Cero continua la sua mirabolante corsa.

I cambi costituiscono i momenti più critici. E' normalmente al cambio che i ceri possono pendere o, addirittura, cadere piombando sulla folla che gli è costantemente accanto.

Ogni muta ha poi un 'capodieci', un 'capocinque' - detti anche 'sterzaroli' - con delicati compiti di guida, e due 'bareloni', i più vicini al Cero. Infine, un 'capocetta', che porta con sé un'ascia avvolta in un panno del colore del Cero di appartenenza, ha la funzione di controllare che le macchine non si superino l'un l'altra. Se questo dovesse accadere può usare l'ascia per sfasciare il Cero che ha trasgredito.

Da questo rischio, praticamente inesistente, è chiaramente esente, per la posizione preminente che detiene, il cero di Sant'Ubaldo.

Tutto è perfettamente organizzato, oliato, collaudato; ma l'imponderabile, in una bolgia del genere, può, ad ogni passo, fatalmente capitare.


L'Alzata

Tralasciamo di approfondire alcuni importanti preliminari della mattinata del 15, come la sveglia dei capitani, la distribuzione dei mazzolini di campo, la cerimonia d'iniziazione alla chiesetta dei Muratori ecc., per soffermarci, per quanto possibile, sull'alzata dei Ceri.

Poco prima di mezzogiorno, in un tripudio di folla, tra cori spontanei e bande musicali, allo squillar di tromba, i tre Ceri vengono portati fuori di corsa dal Palazzo dei Consoli, dove sono esposti dalla prima domenica di maggio. Passando per il grande portale vengono poi letteralmente precipitati giù dalla scalea per prendere posto in Piazza Grande, guadagnandosi spazio tra la calca in delirio.

Poco dopo vengono collocate sulla loro cima le tre statuine dei rispettivi santi che coronano il rito sacralizzandolo, quindi i ceri vengono innestati nell'apposita sede, al centro delle barelle, tramite la 'cavjia', una sorta di grossa chiavarda alla base del cero.

Subito dopo l'innesto e prima dell'alzata, i ceraioli armati di tre grosse brocche di maiolica policroma spargono acqua sulla 'cavjia' del cero e sull'incastro atto a riceverlo, posto al centro di ogni barella, al fine di fare ingrossare i legni e quindi saldarli meglio tra di loro. Queste brocche, una volta vuotate, vengono immediatamente lanciate dai rispettivi Capodieci in mezzo alla folla che velocemente si scansa per farle infrangere sul pavimento della piazza.

Un gesto apotropaico di straordinaria forza emotiva e di prepotente disprezzo nei confronti della sfortuna. Chi è vicino s'accalca per accaparrarsi i frammenti e conservarli come talismani. C'è il serio rischio di ferirsi coi cocci taglienti, ma ciò non viene preso in benché minima considerazione dalla folla, e normalmente un po' di sangue scorre sulla piazza; quasi atto espiatorio, per sigillare un'alleanza che eviti guai peggiori durante la corsa.
Il cuore degli eugubini già palpita ad un ritmo forsennato.

Subito dopo l'Alzata: un incredibile boato accoglie i Ceri che si rizzano gagliardamente verso il cielo, dando inizio alla folle corsa: le prime tre possenti, incredibili, tramortenti 'birate' mozzafiato. I tre Ceri, trasportati furiosamente a spalla dalle mute dei ceraioli, iniziano a girare vorticosamente intorno al palo dove sventola con superba iattanza il gonfalone di Gubbio. "Ben venga maggio e 'l gonfalon selvaggio!", scriveva il Poliziano, possente immagine che s'adatta bene all'occasione.

Sembra che stia passando un terremoto, facendo tutti i debiti scongiuri. L'eccitazione sale vertiginosamente al mille, l'adrenalina scorre a fiumi nelle vene.

Momento topico, irripetibile che non può essere trasmesso con le parole e neanche con delle immagini, anche le più azzeccate: bisogna viverlo, allora si capisce, nel profondo di sé, tutta la magia dei Ceri e la sacralità di cui da secoli si ammantano.

Be', da forestieri, non è per nulla facile raccontare ciò che si prova in quei momenti: rapide scariche di paura ti paralizzano e senti d'essere in balìa della folla accalorata. Tutto ti ruota intorno e la calca ti assorbe. Ogni cosa assume aspetti impressionanti, misure dilatate. Anche se poi l'abbraccio della folla, in realtà, è morbido e sicuro. E se ti lasci andare al suo flusso ondivago, pur avendo la sensazione che i ceri, ad ogni birata, ti precipitino addosso, non ti succederà assolutamente niente. Ne uscirai vivo.

Quindi tutto si quieta e, nello stordimento generale, sei felice d'esserci, ancora tutto intero, e avresti voglia di ricominciare da capo. Non c'è problema, il pomeriggio sarà pieno di altrettante emozionanti paure e sensazioni.

Qui sta il bello: forse l'autentico segreto della festa. Dal tipo di Alzata si traggono, almeno si traevano nel passato, vaticini per i raccolti imminenti e le sorti future della città.

Terminate le tre birate dopo l'Alzata, i tre Ceri vengono portati in giro per le vie, tra l'entusiasmo generale, e mostrati a tutta la città che amorevolmente li tocca, li accarezza.
Si prova per brevi tratti di corsa.
Infine, prima della 'tavola bona', il pranzo chiassoso e festante a base di pesce e vino a volontà a cui partecipano tutti i ceraioli e aggregati vari: 'troupe' televisive, fotografi e giornalisti provenienti da ogni parte del mondo, vengono sistemati, su appositi appoggi lignei, in via Savelli della Porta. Là dove sosteranno in fila, coccolati dai bambini, ammirati dai grandi, fino alla sei del pomeriggio. Quando al segnale del vescovo, al termine di una solenne processione in onore di sant'Ubaldo, verranno presi dalle prime mute, per dar inizio alla corsa con l'impressionante 'callata dei Neri'.

Un torrente in piena di ceri e ceraioli verso il corso. Una corsa che si farà strada in mezzo a una marea di folla e che continuerà, fra soste e riprese, fino a sera sul monte Ingino: "il colle eletto dal beato Ubaldo".

Una sola frase verrà gridata ripetutamente e, nonostante il clamore generale, si percepirà nettamente: "Via ch'eccoli!", e tutto, da quel momento, potrà succedere.


Il percorso

Dalla calata dei Neri, subito dopo via Savelli inizio della corsa, si sterza quasi di novanta gradi, con un fracasso micidiale e le statue dei santi che, inclinate per la forza centrifuga, rasentano le facciate delle case, davanti all'edicola di sant'Ubaldo, per imboccare il corso Garibaldi a tutta forza e fermarsi appena dopo piazza IV Novembre, dove il Cero di San'Antonio fa, per tradizione, una birata per suo conto.

Alla ripresa, attraverso la calata dei Ferranti, si va verso l'ospedale e si risale, passando per via dei Consoli, fino all'imbocco della piazza, dove ci si ferma una seconda volta. Alle sei pomeridiane, il sindaco, sventolando una 'mappa' (sorta di fazzoletto), dà il segnale che si può ripartire e i Ceri, prima di risalire verso il monte, compiono le tanto attese tre birate pomeridiane.

Terminato lo stretto passaggio in ripida salita del buchetto, ci si ferma, e si fanno passare i Ceri, con una certa cautela, sotto l'Arco di S. Marziale, (l'antica porta Vehia) o porta di Sant'Ubaldo. Dopo una breve sosta, che permette alla gente di disporsi lungo tutto il percorso, si riprende per la fase finale che porterà i Ceri fin dentro il chiostro della basilica di Sant'Ubaldo. Forse la fase più spettacolare della corsa.

I simboli del Maggio

Sul simbolismo dei Ceri eugubini gli studiosi si sono espressi in varie direzioni. In diversi lo fanno risalire a tradizioni pagane come i riti in onore della dea Cerere (in questo caso il termine 'cero' deriverebbe dal nome della stessa dea) o di Attis (lo sfortunato dio mediorientale trasformato dalla dea frigia Cibele in pino), ed è fin troppo facile mettere in relazione l'archetipo da cui scaturiscono una serie di valori simbolici legati al cero, qui inteso in senso generale, con la tradizione celtica dell'Albero di Maggio.

Albero Cosmico o della Vita, 'Axis Mundi': asse di collegamento spirituale tra cielo e terra che essotericamente, cioè in maniera vulgata, viene ad essere trasformato in Albero della Cuccagna; da noi, in vernacolo, 'metulo'. Remoti territori culturali che ci porterebbero lontani, facendoci risalire alle nostre origini indoeuropee e ciò che ne consegue: culti tantrici, dionisiaci, bacchici, panici.

Il 'Carmen Saliare' - frammento in latino arcaico appena comprensibile risalente al IV sec. a.C. - qualificava come 'duonos Cerus' il buon creatore, ruolo che la tradizione attribuisce al dio latino Giano. Sincretismi possibili quanto improbabili per ciò che concerne i Ceri di Gubbio sostiene il Cattabiani, citando, nel suo 'Lunario', 'I Ceri di Gubbio e la loro storia' di Pio Cenci: '...senza alcuna ascendenza pagana', scrive categoricamente il noto studioso di tradizioni ed esoterismo, prematuramente scomparso, non lasciando spazio ad altre interpretazioni.

Più probabilmente invece, pensiamo, dal momento che i ceri attuali sono di legno e non di cera perché, a un certo punto, si decise di rappresentarli in questo modo, si tratti di sedimenti culturali di un passato che, attraverso di essi, ha lasciato fatalmente delle tracce ancor riconoscibili. E questo è vero per qualsiasi rito, anche moderno.

Chiariamo, ad esempio, se noi entrassimo con spirito critico in una discoteca o partecipassimo a un concerto rock col piglio dello studioso indagatore, potremmo benissimo individuare in alcuni 'oscuri riti' giovanili che là si consumano, diverse analogie con antichi riti induisti ovvero ellenici ovvero etruschi ovvero latini ovvero celtici e via dicendo.

Potremmo pubblicarci un libro e, se fatto seriamente, nessuno troverebbe niente da obiettare. Daltronde libri del genere se ne trovano realmente. Jung sostiene che il mondo simbolico si basa su archetipi universali e immodificabili a cui ogni simbolo necessariamente fa riferimento.

La svastica, altro esempio, molti secoli prima di diventare il lugubre simbolo del nazifascismo che tutti purtroppo conosciamo, era parola sanscrita che voleva dire fortuna e la croce uncinata che la rappresenta è simbolo solare nelle più diverse Tradizioni. Niente di profano quindi, solo l'evoluzione di un 'senso religioso', nella lungimirante definizione di don Fabbi, che, attraverso il cristianesimo, ha assunto forme spirituali più elevate adeguandosi al nuovo credo.

Quindi non c'è niente di male nel pensare che i ceri, dal momento che il vescovo Ubaldo mori a metà maggio, siano stati trasformati qualche secolo dopo in macchine lignee sulla scorta delle tradizioni popolari del maggio. E, magari, se l'amato Ubaldo fosse salito in cielo di gennaio nessuno avrebbe avuto tanta fantasia da trasformare i ceri di cera in pregevoli manufatti lignei.

C'è poco da fare e poco da screditare, il legno non solo può costituire, senz'altro più di altri materiali, metafora dell'albero, è - lapalissianamente - la parte più consistente di un albero.

In questo senso il ricordo, in Umbria, va subito al rito di fertilità del 'piantare Maggio' che si compie la notte del 30 aprile a San Pellegrino tra Gualdo e Gubbio. Dove, ancora oggi, in onore del santo che con la propria morte fece miracolosamente rifiorire il suo bordone (il bastone del pellegrino), si tagliano due pioppi dal bosco. Un'operazione svolta in gran segreto da due gruppi distinti di persone, 'maggiaioli' o 'lupi'. I pioppi, uno più grande e grosso l'altro più piccolo e sottile (detto 'cima'), vengono poi scortecciati e ripiantati simbolicamente durante la festa - una prova di forza e di maestria che prevede l'uso di una scala -, in una buca profonda, legati l'uno all'altro in tal guisa che, una volta alzati, sembrino un unico palo.

L'altezza è intorno ai trenta metri, molto dipende dalla scelta dell'albero di base. Anche a San Giovenale di Nocera Umbra si pianta il Maggio, lì denominato 'calenne'. Un nome derivato dal toponimo Galenne, il monte da dove proviene il fusto dell'albero tagliato che viene ricoperto con le fioriture gialle dei maggiociondoli.

Il simbolismo legato all'albero di Maggio, detto anche semplicemente Maggio, è fin troppo conosciuto. Ed è pur vero che, in certe occasioni, il cero assuma significati analoghi: di vita, luce e rigenerazione, anche se spiritualmente sublimati e privati da arcaiche rozzezze e impurità. Pensiamo alla 'veglia delle veglie' come la chiamò sant'Agostino: il Sabato Santo, quando il sacerdote immerge il cero nell'acqua del Battistero che tramite questo 'ufficio' viene sacralizzata e si trasforma in 'santa'. Verrà poi utilizzata durante tutto il corso dell'anno liturgico.

Nel caso di Gubbio però è altrettanto vero, come si è già accennato, che già dalla morte - 'dies natalis' per i santi - del vescovo Ubaldo Baldassini, era in auge una processione dove si portavano oltre a dei grifi di legno ricoperti di cera, degli autentici ceri di grandi dimensioni ("Ad episcopatum veniunt candelas accendunt", si legge in un editto vescovile); quindi già allora offerti al santo Patrono dalle tre attuali corporazioni, soprattutto in funzione di ringraziamento per aver salvato, nel 1154, la loro città dall'assedio del grande Federico Barbarossa alla testa di una coalizione di undici comuni, tra cui Gualdo e Perugia, che voleva sottrarre il libero Comune, ex ghibellino, all'influenza del Papato. "In quel tempo, poiché la città aveva molti nemici, si formò contro Gubbio una coalizione di 11 città con castelli, borghi e feudatari: un esercito imponente. E quindi tracciato il campo sotto le mura della città vi piazzarono le loro tende.", riporta il Giordano nella sua biografia su sant'Ubaldo, priore di Citta' di Castello e amico del Vescovo di Gubbio.

Le tre Corporazioni sono: quella dei muratori e degli scalpellini di Sant'Ubaldo, quella dei merciai e degli artigiani di San Giorgio e, infine, quella dei contadini e degli studenti di Sant'Antonio Abate; che, inizialmente, stando ad alcune fonti, era dei vettori: asinai e mulattieri.

Da un certo punto in poi, l'epoca non siamo in grado di stabilirla con precisione, forse il '500, forse il '600, questi grandi ceri venivano sostituiti dalle attuali 'macchine' di legno, autentici capolavori di intaglio e di intarsio.

Enrico Andreozzi

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